Caccelotti e Ciantafurche: se boia e forche non c’entrassero?

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Caccelotti e Ciantafurche, come quasi tutti gli imperiesi sanno, sono i nomignoli con cui anticamente gli abitanti di Oneglia identificavano gli abitanti di Porto Maurizio e, viceversa, i Portorini apostrofavano gli Onegliesi: le due cittadine furono unificate con un decreto regio nel 1923 nella città di Imperia, e da allora le tradizioni legate alla rivalità fra i due borghi sono passate a far parte della cultura popolare. La versione più diffusa della storia di questi soprannomi canzonatori spiega che sarebbero dovuti alle usanze locali in fatto di esecuzioni capitali: i Portorini avrebbero avuto il cacello, cioè il boia, mentre ad Oneglia i condannati sarebbero stati impiccati sulla forca.

La maggior parte delle persone considera assolutamente certa questa spiegazione. C’è tuttavia un’altra versione sull’origine di questi appellativi, ricostruita da Davide Berio, ex sindaco e assessore della città, oltre che appassionato e studioso di storia locale.

Per quanto riguarda i Caccelotti: “Si deve sapere- afferma Davide Berio-, che non esiste alcun documento sull’esistenza di un boia a Porto Maurizio, mentre in effetti quella di un patibolo a Oneglia troverebbe alcuni riscontri documentali. Va ricordato che la pena di morte poteva essere comminata solo dal Senato di Genova, e lo stesso valeva per Oneglia, che dipendeva dal Senato di Torino”. “La storia più credibile –prosegue Berio- può essere che ad Oneglia, e più precisamente a Borgo Peri, i vecchi pescatori, per dire che ritenevano una certa persona un po’ dura di comprendonio, usavano il nomignolo di Cadeon, che significa globicefalo (una sorta di delfino con la caratteristica di avere una testa piuttosto grande e prominente rispetto al corpo), e nel nostro mare in effetti esiste un mammifero dalla testa grossa che è il Capodoglio. Oneglia e Nizza dipendevano dalla Savoia, ovvero dallo stato sabaudo, in cui si parlava anche il francese letterario oltre che la lingua locale; in effetti, in francese il capodoglio si chiama proprio cashalot: questa parola pronunciata con accento nizzardo suona qualcosa come “Cacciolot(e)”, e quindi è facile ipotizzare che Caccelotto, il soprannome con cui gli Onegliesi marchiavano i Portorini, servisse a dare dello stupido al destinatario dell’epiteto, con riferimento simbolico alle grosse dimensioni della sua testa, simile a quella di un capodoglio”.

Relativamente poi ai Ciantafurche, Berio passa a descrivere il significato delle prese in giro dei Portorini ai loro vicini: “Per quanto riguarda invece l’appellativo Ciantafurche bisogna sapere che parte integrante dell’alimentazione tradizionale degli Onegliesi, e in special modo di quelli poveri e dei contadini, sono stati i fichi.  Gli abitanti di Oneglia erano anche addirittura noti come Figui, ovvero mangiatori di fichi, per il ruolo centrale che il frutto essiccato aveva nel sostentamento delle famiglie contadine. I fichi, la cui produzione non è mai mancata sul territorio, dovevano essere sfruttati come fonte di cibo per tutto l’anno, ed era quindi uso diffusissimo far seccare i frutti per consumarli in un secondo momento. L’essiccazione avveniva al sole e all’aria, appoggiando i fichi sopra un reticolo di canne (cannissi) sollevati da terra per mezzo di altre canne incrociate a forcella”. Dunque le forche alle quali il nomignolo Ciantafurche si dovrebbe riferire non sarebbero quelle destinate all’esecuzione dei condannati a morte, bensì quelle che servivano per seccare i fichi: naturalmente, secondo questa ipotesi, la presa in giro consisteva nell’identificare gli Onegliesi come dei “morti di fame”.